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L'ARTE DI SPARIRE: Sull'invisibilità come forma di potere nell'epoca della visibilità totale

Nel documentario Il Grande Silenzio, sul monastero della Grande Chartreuse, il silenzio e il ritiro dal mondo diventano essi stessi la forma più alta di autorità spirituale, questo mi ha ricordato quanto, anche, i grandi maestri del nostro tempo, da Salinger a Kubrick, da Banksy a Fulcanelli, da Battiato fino a Mina, condividono un tratto comune, che va oltre il talento.
Nessuno di loro si è mostrato al pubblico, e se l'ha fatto, molto poco.

Mi piacerebbe condividere pensieri sparsi e ispirati sul rapporto tra visibilità e valore, tra esposizione e autorità, in un'epoca come la nostra che ha reso la trasparenza continua quasi un obbligo sociale.

Parto con una domanda meno ovvia di quanto sembri: l'invisibilità, oggi, può ancora essere una strategia (culturale, creativa, persino esistenziale) oppure è solo un'eccentricità residua, il capriccio di chi può permettersi di sottrarsi perché ha già ottenuto un successo che non ha più bisogno di conferme?

Il modello dominante dei social media si basa sempre di più su un'equazione implicita; visibilità = esistenza, esposizione = valore. Ciò che non viene mostrato, secondo questa logica, semplicemente non esiste. La colazione, la routine quotidiana, la vita sentimentale, i figli (e su questo ci vorra un altro approfondimento) persino il dolore, sono diventati materia di racconto continuo, dentro un sistema che documenta tutto e non lascia spazio al non-detto.

Questo sistema produce un effetto collaterale poco discusso. Trasforma in merce non solo l'opera, ma anche chi la crea. L'artista, lo scrittore, il creativo digitale non vendono più solo un prodotto, diventano loro stessi il prodotto, soggetti alle stesse regole di consumo e obsolescenza di qualsiasi altro bene di mercato. In questo contesto, sottrarsi allo sguardo è una forma di resistenza a una logica economica precisa.

Il potere e l'assenza: una tradizione letteraria

La letteratura ha intuito da tempo che il potere più temibile è quello che non si mostra. Ricordo dal liceo la storia di Franz Kafka che costruì tutta l'architettura del Processo e del Castello su un'assenza, l'autorità che governa i personaggi non appare mai direttamente, ed è proprio questa mancanza di forma a renderla totale. Il potere kafkiano non convince, non argomenta, non si esibisce ma agisce attraverso un'inafferrabilità che genera un'angoscia più forte di qualunque manifestazione esplicita.

Questa intuizione trova conferma nella vita di alcuni autori che hanno scelto, per motivi diversi, di sottrarsi alla vita pubblica. Dopo un'accurata ricerca, riporto qui qualche vita che rappresenta bene quanto sto raccontando.

Thomas Pynchon, tra i romanzieri americani più influenti del secondo Novecento, non concede interviste né fotografie da oltre cinquant'anni, e questa assenza è diventata parte della lettura critica della sua opera. Il caso limite è forse quello di B. Traven, autore de Il tesoro della Sierra Madre, la cui vera identità è ancora oggi oggetto di dibattito accademico. Elena Ferrante ha dimostrato, più di recente, che si può costruire un successo editoriale internazionale mantenendo l'anonimato assoluto, un caso che ha aperto un ampio dibattito sul rapporto tra autore e identità pubblica.


Se la letteratura offre casi individuali, le tradizioni esoteriche offrono una cornice più ampia. Il pensiero alchemico, ad esempio, descrive la trasformazione della materia attraverso fasi precise, la prima delle quali, la nigredo, corrisponde a un momento di oscurità e apparente dissoluzione. Nessuna trasformazione, secondo questo schema, avviene alla luce diretta. La maturazione ha bisogno di un tempo lontano dagli occhi, prima che il risultato possa manifestarsi.

Una logica simile si trova nell'immagine della Papessa nei tarocchi, tradizionalmente rappresentata con un libro chiuso a metà e, in alcune letture simboliche, con un uovo nascosto sotto la veste: un'immagine di gestazione non ancora pronta per essere mostrata. La carta della Luna, nello stesso sistema, rimanda ai processi che avvengono sotto la superficie della coscienza, nel territorio dell'inconscio, dove le trasformazioni non sono ancora visibili né chiare.

Se ci spostiamo verso la tradizione egizia, la dea Iside veniva rappresentata velata, con un'iscrizione (nota da fonti classiche come Plutarco) che la definiva come colei che nessun mortale aveva mai svelato del tutto. Il velo, in questo caso, non è un ostacolo alla comprensione della divinità, ma parte della sua stessa natura. Il mistero custodisce il significato. Anche la mitologia greco-romana offre un'immagine potente di questo principio. Plutone, signore del regno sotterraneo, è tra le divinità meno rappresentate e meno "visitate" dell'Olimpo: il suo stesso nome, dal greco Plouton, richiama la ricchezza nascosta nelle profondità della terra, l'abbondanza che non si mostra ma che governa dal basso. Nel mito, Plutone possiede inoltre un elmo che rende invisibili: non è un caso che il potere più antico immaginato dall'uomo sia legato proprio alla capacità di sottrarsi allo sguardo. Governare senza apparire, custodire la ricchezza (materiale o simbolica) proprio perché non esposta. Anche qui, il nascondimento non è una forma radicale di potere.

La tradizione pitagorica vietava ai propri discepoli di scrivere gli insegnamenti, affidando la trasmissione della conoscenza solo alla parola orale e al segreto. Più di recente, René Guénon, tra i principali pensatori tradizionalisti del Novecento, scelse un ritiro progressivo dalla vita pubblica occidentale, passando gli ultimi decenni della sua vita in Egitto, in un isolamento spesso letto come coerenza tra dottrina e biografia.

Va detto, per onestà, che questa lettura dell'invisibilità come forma di potere ha alcuni limiti. Il primo riguarda un possibile errore di prospettiva, si ricordano gli autori invisibili che hanno comunque avuto successo, non i molti che nell'anonimato sono rimasti semplicemente ignorati. Il secondo riguarda il rischio di romanticizzare una condizione (il sottrarsi allo sguardo) che in molti casi storici non fu una scelta ma una necessità economica, sociale o psicologica.

Resta comunque valido, al di là di queste cautele, il nucleo centrale dell'argomento: in un sistema mediatico costruito sulla sovraesposizione permanente, la scelta consapevole di sottrarsi, quando è davvero una scelta, crea un effetto di rarità che il sistema non riesce a digerire facilmente. Ciò che non è sempre disponibile resiste, almeno in parte, alla logica del consumo immediato che caratterizza l'attenzione di oggi.

Se il modello dei social ha reso la visibilità permanente la norma sociale dominante, resta aperta una possibilità minoritaria, ma non priva di fondamento storico e culturale, quella di chi scegli di custodire il proprio lavoro nel tempo necessario alla sua maturazione, sottraendolo per un po' allo sguardo, per poi restituirlo non come richiesta di attenzione ma come opera compiuta.

Se questa scelta sia ancora, oggi, una via possibile o solo un privilegio residuo di chi ha già ottenuto riconoscimento, resta una domanda aperta, e probabilmente non risolvibile in astratto, ma solo caso per caso.

Con te,
Federica
 
 
 

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