Il momento che stiamo attraversando può essere letto non soltanto attraverso il simbolismo dell’eclissi, ma come un passaggio più ampio, tra un modo di essere e un altro. Il punto non è tanto chiedersi cosa accadrà con questa altra eclissi, quanto riconoscere ciò che il tempo presente ci sta chiedendo, dopo un lungo periodo di trasformazione.
Il passaggio dall’asse dei nodi Vergine-Pesci all’asse Leone-Acquario racconta, in questo senso, qualcosa che provo a mettere nero su bianco.
Per circa 18 mesi abbiamo attraversato una scuola legata alla tensione tra la necessità di dare forma alle cose e quella di imparare a lasciarle fluire.
La Vergine ci ha ricordatp l’ordine, la precisione, la cura, il discernimento, il rapporto con il corpo e con la materia. Ma, nella sua espressione meno consapevole, ci ha mostrato anche quanto facilmente la ricerca di perfezione possa diventare controllo, quanto l’iperattività possa mascherare la paura di fermarsi e quanto il bisogno di comprendere tutto possa diventare una forma raffinata di resistenza allo sconosciuto.
I Pesci, dall’altra parte, hanno aperto un altro tipo di spazio. Fiducia, intuizione, abbandono, ascolto di ciò che non può essere misurato, capacità di lasciarsi sostenere dalla vita invece di sentirsi continuamente responsabili di sorvegliarla. Ma anche qui esiste l’ombra, la dispersione, la fuga, la difficoltà a dare una forma concreta a ciò che sentiamo.
Tra tutti gli insegnamenti di questo ciclo, allora, ne raacolgo alcuni e li condivido con voi, non si è trattato di scegliere tra controllo e abbandono, tra razionalità e intuizione, tra disciplina e resa ma piuttosto imparare a tenerli insieme, imparare a costruire una forma abbastanza solida da poter accogliere ciò che ancora non conosciamo, senza irrigidirla al punto da impedirle di trasformarsi.
Semplice a dirsi e complesso a farsi, non credi?
È questo, forse, uno dei temi più importanti (per me) del presente.
Non tanto capire necessariamente dove stiamo andando, ma di diventare abbastanza centrati da poter avanzare anche quando la direzione non è ancora completamente visibile.
Per questo la domanda che accompagna la chiusura di questo ciclo potrebbe essere: Cosa te ne fai di quello che hai compreso? Perché comprendere non significa ancora trasformare. Possiamo riconoscere i nostri schemi, comprendere le nostre paure, vedere con chiarezza ciò che ci ha fatto soffrire, intuire ciò che vogliamo cambiare, e tuttavia continuare a vivere esattamente come prima.
Ma poi, ad un certo punto la consapevolezza deve scendere dalla mente e diventare vita materica, diventare una scelta diversa, un ritmo diverso, un modo diverso di stare nelle relazioni, nel lavoro, nel tempo, nel silenzio. Deve diventare corpo.
Ed è proprio il corpo uno dei grandi luoghi di verifica di questo passaggio. Il corpo registra ciò che la mente può riuscire a raccontare diversamente.
Solo il corpo mostra quanto siamo realmente presenti, quanto sappiamo fermarci, quanto riusciamo a respirare dentro l’incertezza senza trasformarla immediatamente in attività. Il corpo ci chiede una cosa semplice e insieme difficile. Esserci. Non soltanto sapere che abbiamo bisogno di rallentare, ma rallentare davvero. Non soltanto parlare di fiducia, ma smettere, almeno in alcuni momenti, di vivere come se tutto dipendesse dal nostro controllo. Non solo riconoscere il bisogno di riposo, ma permetterci di non essere produttivi senza sentirci in colpa.
In questo senso, il presente sembra chiedere meno accumulo e più assimilazione.
Meno bisogno di aggiungere nuove informazioni, nuove spiegazioni, nuove tecniche, e più capacità di lasciare sedimentare ciò che abbiamo già attraversato.
C’è un momento in cui continuare a cercare risposte diventa un modo per non ascoltare quella che è già maturata dentro di noi.
Forse siamo proprio in quel momento, non abbiamo necessariamente bisogno di capire ancora di più, ma di vivere in modo coerente con ciò che abbiamo compreso.
Non necessariamente dobbiamo diventare una versione sempre più perfetta di noi stessi. Possiamo invece diventare più disponibili, più permeabili, più presenti, più capaci di rispondere alla realtà senza doverla continuamente organizzare secondo le nostre aspettative.
Non significa diventare passivi o rinunciare ai propri progetti. Significa smettere di pensare che tutto debba essere costruito, previsto e controllato prima di poter essere vissuto.
E qui il passaggio verso Leone e Acquario apre un altro livello della stessa esperienza. Se il ciclo precedente ci ha chiesto di lavorare sulla forma personale, sul corpo, sulla relazione tra controllo e abbandono, il nuovo movimento porta la domanda sull’identità e sul modo in cui ci poniamo nel mondo.
Il Leone parla dell’affermazione del Sé, della creatività, della centralità dell’individuo, del bisogno di riconoscere la propria unicità. L’Acquario porta una domanda ulteriore: cosa accade quando ciò che sono non è più soltanto al servizio della mia autorealizzazione, ma può diventare contributo?
È un passaggio dal “chi sono?” al “che cosa porto?”. Dal bisogno di definire la propria identità alla possibilità di metterla in relazione con qualcosa di più grande.
Non si tratta di cancellare l’individuo, ma di portarlo a maturazione.
Prima costruisco un centro, poi posso smettere di fare del mio centro il centro di tutto. Prima riconosco ciò che sono, poi posso chiedermi a cosa posso servire attraverso ciò che sono.
In un tempo in cui siamo continuamente invitati a definirci, mostrarci, raccontarci, posizionarci, costruire un’identità e difenderla, può diventare importante domandarsi cosa rimane quando smettiamo per un momento di dover dimostrare chi siamo?
Che cosa possiamo offrire quando non siamo più impegnati a costruire continuamente la nostra immagine? Che cosa può passare attraverso di noi quando non dobbiamo essere sempre protagonisti della nostra stessa evoluzione?
Eccoci nel "punto di crisi", non necessariamente una crisi drammatica, ma lo percepisco piuttosto come un momento di saturazione. Una forma ha contenuto tutto ciò che poteva contenere e arriva a un punto in cui non riesce più a sostenere la stessa quantità di energia.
Una relazione cambia forma, un lavoro non ci rappresenta più nello stesso modo, un’identità costruita nel tempo diventa stretta, un modo di vivere che un tempo ci proteggeva comincia a consumarci.
La crisi non è sempre la distruzione di qualcosa. A volte è semplicemente il momento in cui la forma che abbiamo costruito non riesce più a contenere la persona che siamo diventati.
E allora non sempre il compito è trovare immediatamente una nuova forma. A volte è avere il coraggio di non riempire troppo velocemente il vuoto che si apre. Lasciare che qualcosa finisca davvero. Lasciare che una parte di noi smetta di funzionare come prima senza costringerci subito a sostituirla con un nuovo progetto, una nuova identità, una nuova certezza, una nuova immagine, un nuovo obiettivo.
Questo è forse uno degli aspetti più difficili del presente, perché viviamo in un tempo che ci chiede continuamente risposte, opinioni, direzioni, prestazioni e decisioni. Anche il cambiamento rischia di diventare una prestazione. Devo guarire, devo evolvere, devo capire, devo manifestare, devo diventare qualcuno di nuovo etc etc.
Forse invece il presente ci chiede qualcosa di molto più semplice e molto più radicale. La presenza. L’eclissi, simbolicamente, può rappresentare proprio questo. Un temporaneo oscuramento di ciò che normalmente illumina e rende tutto immediatamente e spesso apparentemente riconoscibile. Per un momento viene meno il riflesso abituale e siamo costretti a guardare diversamente. Non necessariamente vediamo meno; forse vediamo senza alcune delle sovrastrutture attraverso cui siamo abituati a interpretare la realtà.
E questo è particolarmente significativo oggi, perché siamo immersi in una quantità enorme di informazioni, immagini, opinioni, previsioni e interpretazioni. Siamo continuamente stimolati a sapere cosa sta succedendo e a formulare immediatamente un significato. Ma forse esiste anche un’altra forma di conoscenza, quella che arriva quando smettiamo di riempire ogni spazio e permettiamo alle cose di mostrarsi prima di essere interpretate.
Il buio, allora, può essere uno spazio di riorganizzazione. Può essere il momento in cui ciò che non era ancora visibile comincia lentamente a prendere forma.
E forse questo vale anche per ciò che stiamo vivendo collettivamente. Molte vecchie strutture sembrano perdere stabilità, molte certezze si stanno incrinando, molte identità individuali e collettive non riescono più a contenere la complessità del momento. Non significa necessariamente che tutto debba essere distrutto. Significa che molte forme stanno chiedendo di essere trasformate.
Per questo il presente può essere attraversato senza cercare continuamente di capire se siamo “nel posto giusto”. Forse siamo in un passaggio. E un passaggio, per sua natura, non assomiglia né al luogo da cui veniamo né a quello verso cui stiamo andando. È una zona intermedia. È il momento in cui qualcosa è già finito ma il nuovo non è ancora completamente nato.
La vera sfida potrebbe essere proprio quella di rimanere in questo spazio senza tornare indietro per paura e senza correre troppo avanti per ansia.
Restare abbastanza presenti da permettere al nuovo di emergere con i suoi tempi.
Lasciare andare ciò che ha terminato il proprio compito senza considerarlo un fallimento. Accettare che alcune cose non debbano essere salvate.
E soprattutto riconoscere che non tutto ciò che finisce deve essere sostituito immediatamente.
Forse ciò che questo tempo ci sta chiedendo è di smettere di confondere il movimento con l’evoluzione. Non tutto ciò che facciamo ci fa avanzare. Non tutto ciò che controlliamo ci rende più sicuri. Non tutto ciò che comprendiamo deve diventare immediatamente un progetto. E non tutto ciò che ancora non comprendiamo deve essere forzato dentro una spiegazione.
Il ciclo che si chiude lascia comunque qualcosa. Non necessariamente una risposta definitiva, ma una capacità. Forse maggiore discernimento, maggiore fiducia, un rapporto più consapevole con il corpo, la capacità di distinguere ciò che è nostro da ciò che non lo è, la possibilità di stare nell’incertezza senza doverla immediatamente riempire.
Prima abbiamo imparato a costruire il vaso, ora dobbiamo imparare a capire cosa può contenere. Prima abbiamo lavorato sulla forma, ora possiamo chiederci quale energia è pronta ad attraversarla. Forse abbiamo imparato a prenderci cura di noi, ora possiamo iniziare a domandarci come ciò che abbiamo integrato possa diventare presenza, relazione, servizio, contributo.
Non siamo più esattamente quelli che eravamo, ma non siamo ancora obbligati a sapere chi saremo. Siamo nel mezzo. E forse proprio questo è il lavoro adesso. Stare nel mezzo senza scappare né indietro, verso ciò che conosciamo, né troppo avanti, verso ciò che ancora non esiste.
Restare qui.
Lasciare sedimentare.
Lasciare andare ciò che ha finito di servire.
Tornare al corpo.
Ridurre il rumore.
Ascoltare ciò che rimane quando la necessità di controllare, spiegare e definire si fa più silenziosa.
E permettere alla nuova forma di emergere non dalla paura di perdere il controllo, ma dalla qualità di presenza che abbiamo costruito attraversando ciò che ci ha portato fin qui.
Non trattenere ciò che se ne va, non forzare ciò che ancora non è arrivato, ma diventare abbastanza presenti da riconoscere ciò che, nel silenzio tra le due cose, sta finalmente nascendo.
con te,
Federica.
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