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Appunti di Viaggio

Ogni luogo che visitiamo non è solo un luogo, né un insieme di abitanti. Non si tratta di soli numeri. Ogni città è un essere vivente: ha qualità molto precise, segni zodiacali che la descrivono (di solito il Sole e l’Ascendente di appartenenza), raggi che la colorano -archetipi che la attraversano- una storia, un passato, un presente e forse un futuro.


Spesso viaggiamo per raccogliere memorie, frammenti di vite che furono. A volte andiamo a fare pace con una terra, altre volte a prendere qualcosa di nuovo. Talvolta diamo, altre volte è il vento del karma che ci trasporta in un determinato posto. A volte si tratta del dharma. E sempre Riceviamo.


Ci sono mete difficilissime, scomode, violente.

Altre delicate, amabili, armoniche, dove la sfida è parte della ricerca e risulta più morbida.


L’India, nella fase iniziale del viaggio, è stata delicata seppur rumorosa, sporca, irrespirabile. Ho lasciato che ogni cosa mi attraversasse. Ho lasciato le resistenze e il famoso controllo, scegliendo di non reagire.

E nonostante le migliaia di contraddizioni, i tantissimi spostamenti, i mezzi di trasporto, le scomodità, l’ho accolta e ci siamo anche ri-trovate. Mi ha dato e io le ho donato.


Ma in ogni viaggio lungo c’è la meta “scomoda”.

E osservando per 7 infiniti giorni, quella che viene definita la città santa dell’India, Varanasi, condivido alcune riflessioni.


Per me, stare sette giorni a Varanasi è stato a tratti, come vivere ciò che Dante descrive sapientemente nella sua opera magistrale, La Divina Commedia: attraversare il Purgatorio.


La sensazione è quella di muoversi dentro una coltre densa, melmosa, pastosa.

Risciò a pedali, risciò a motore (Ape Piaggio ribattezzate), risciò elettrici, vacche, vecchie Morris Ambassador e Royal Enfield indistruttibili, motociclette da famiglia, biciclette.

I budelli


È stato impressionante vedere il Gange per la prima volta, sentirne la sua presenza, che va ben oltre a quella fisica. Viene venerato attraverso riti antichi due volte al giorno, chiamati Aarti.

Le sue acque somigliano al fiume Stige, quel confine tra vivi e morti, ma ricorda anche il Lete, le cui acque facevano dimenticare le vite passate.

Poi ci sono centinaia di barconi di legno, guidati da tanti Caronte, che ti traghettano da un ghat all’altro. E poi i ghat, sono le scalinate in pietra che scendono lungo il Gange. Ogni ghat ha una funzione, una storia e un’energia specifica. E ti danno accesso ai budelli della città.


Osservata dalle acque del Ganga, Varanasi mantiene il fascino di qualcosa che fu.

Di un tempo in cui, forse, quei palazzi erano tutti dipinti, di colori vivi. Oggi, però, la decadenza è visibile attraverso tutti i sensi.

Dalla barca un tramonto su Varanasi


Non si dimentica facilmente vedere corpi morti arsi dalle fiamme, incastonati come rubini tra grandi ceppi di legna.

Non si dimentica nemmeno l’odore di tutti i corpi che bruciano: si fissa dentro. Aria mefitica.


Clacson continui, come fanno i bambini: gli piace il rumore, anche se nessuno ascolta.

Inquinamento da sballo.

Mi dicono che suonare il clacson senza sosta sia il loro modo di comunicare la presenza in strada.

In effetti sono guidatori abili: grazie alla loro stravagante guida abbiamo sventato una decina di incidenti mortali.

I budelli


Insieme ai cani randagi, ci sono i topi. Topi che corrono nelle stanze delle guesthouse. Non topini di campagna, ma toponi con la coda rosa, un po’ carnosa. Li vedi sgattaiolare nelle cucine della maggior parte dei ristoranti e nelle loro sale.


Poi, quando scende la notte, quelle stradine strette, con il via vai di pedoni, moto, biciclette e piccole bancarelle diventano ancora più inospitali. Non dimentichi facilmente gli odori respirati in quelle viuzze.


Cani con cappottini, umani incappucciati.

Tutti insieme, in cerchio, intorno a fuochi accesi come si può: un pezzo di copertone, un frammento di plastica, qualche legno.

Un chai tra le mani, e così si va avanti nella sera.

La povertà è estrema, insieme alla fede. Entrambe estreme.


Ci sono luoghi che ti ricordano la meraviglia di esserti incarnato dove la tua anima ha scelto di nascere in questa vita. Luoghi che ti aiutano ad apprezzare l’evoluzione, la civilizzazione, lo spirito che ha cambiato forma nel passare delle migliaia di anni.


La scomodità non è sempre segno di benessere. Non tutto è adatto a noi.

Non siamo tutti uguali. È OK non sentirsi bene in un posto. E forse è proprio questo il dono più grande di certi luoghi: non quello di farci restare, ma di insegnarci ad ascoltarci.


Ci sono terre che incontriamo per riconoscere ciò che non siamo più. Per ricordarci che lo spirito evolve, cambia forma, e chiede nuove dimore. Non sempre la sofferenza eleva, e non sempre la fatica è una forma d’iniziazione.


Per me la spiritualità è fatta sempre di semplicità, ma anche di ordine, e di bellezza. Somiglia di più ad un cuore che riesce a respirare, un corpo che si rilassa, e che sente di essere al posto giusto. E di nuovo, onorare il proprio sentire è un atto sacro, di vera ri-bellione.


E così si riparte, molto più provati. Peró con gratitudine per ciò che è stato, e con fiducia per i luoghi, dentro e fuori, che ancora ci attendono.


Buon viaggio,

Federica



Dal Gange la vista del ghat preposto alla cremazione



 
 
 

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