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La legittimazione del Sentire

Per lungo tempo il cammino spirituale è stato raccontato come un movimento verso l’alto: trascendere il corpo, superare l’ego, andare oltre i limiti dell’esperienza umana ordinaria. Questo immaginario ha prodotto pratiche, viaggi e narrazioni in cui la fatica, il disagio e persino la sofferenza venivano interpretati come segnali di avanzamento, dando maggior rilevanza ad un attitudine yang, maschile, rispetto che un'attitudine femminile e yin.

Oggi, anche alla luce delle neuroscienze e degli studi sul funzionamento del sistema nervoso, questo paradigma mostra una frattura sempre più evidente. Di seguito presento alcune riflessioni in forma libera; mi scuso per eventuali imprecisioni con i lettori del settore.

Il corpo non è un ostacolo alla coscienza. È il suo primo luogo di manifestazione. Ogni esperienza di senso, di connessione, di apertura o di chiusura passa attraverso circuiti neurofisiologici precisi.

Il sistema nervoso autonomo è la base su cui si costruisce qualsiasi percezione di sicurezza, significato e appartenenza. Forse possiamo iniziare a ipotizzare che senza sicurezza, non c’è espansione e senza regolazione, non c’è integrazione?

Le neuroscienze hanno chiarito che il cervello non funziona in modo astratto o isolato. È costantemente in dialogo con il corpo, con il respiro, con il tono muscolare, con l’ambiente. Questo significa che non è possibile separare la dimensione spirituale da quella incarnata. Quando una pratica, un luogo o una relazione mantengono il corpo in uno stato di allerta o di chiusura, il sistema nervoso non può accedere a stati di presenza profonda. Questo non ha nulla a che fare con la volontà, con l’impegno o con il livello di consapevolezza personale. È una questione neurofisiologica. Secondo la teoria polivagale, la presenza, la connessione e l’apertura emergono solo quando il sistema nervoso percepisce sicurezza. Se il corpo, a livello implicito, rileva segnali di pericolo, anche molto sottili, attiva automaticamente strategie di sopravvivenza.

In questi stati il sistema non è orientato all’esperienza, ma alla protezione. Questo significa che, in un contesto vissuto come non sicuro, il corpo non può “esserci” pienamente. Può adattarsi, controllarsi, resistere, oppure spegnere alcune funzioni attraverso la dissociazione. Sono risposte intelligenti, non patologiche. Il sistema nervoso sta facendo esattamente ciò per cui è progettato: garantire la sopravvivenza. In questi casi, ciò che viene chiamato “resistenza” è spesso una forma di protezione. E ciò che viene definito “mancanza di presenza” è in realtà un segnale che il corpo non si sente sufficientemente al sicuro per aprirsi. Forzare l’apertura in questi stati non porta a maggiore consapevolezza, ma a un aumento della dissociazione o del collasso.

L’embodiment, inteso come capacità di abitare il corpo in modo consapevole e continuo, rappresenta, secondo me uno spartiacque fondamentale tra le vecchie e le nuove forme di ricerca interiore. Essere incarnati non significa semplicemente “sentire il corpo”, ma riconoscere il corpo come fonte primaria di orientamento. Il sentire non è un’opinione soggettiva da superare, ma un’informazione biologica che indica se l’esperienza sta sostenendo o compromettendo l’integrità del sistema.

Molte relazioni, o esperienze considerate spirituali, attivano in realtà risposte di iperattivazione o di collasso. Il corpo si irrigidisce, il respiro si accorcia, l’attenzione si restringe. In questi stati, il cervello privilegia circuiti di sopravvivenza, riducendo la capacità di riflessione, integrazione emotiva e presenza relazionale. Da fuori può apparire come disciplina, dedizione o devozione, come specchio, karma; da dentro è spesso una forma più o meno sofisticata di auto-negazione.

Il punto cruciale non è se un’esperienza sia tradizionalmente riconosciuta come sacra, ma se sia REGOLANTE. La regolazione del sistema nervoso non è comfort o piacere fine a se stesso, ma la condizione necessaria affinché l’organismo possa apprendere, trasformarsi e aprirsi. Uno stato regolato permette flessibilità, curiosità, contatto. Uno stato disregolato produce rigidità, giudizio, idealizzazione o ritiro.

In questo contesto, l’idea di affidarsi ciecamente all'esterno (dottrina, maestro, relazione) perde sempre più progressivamente senso. Non perché la relazione o l’insegnamento siano inutili, ma perché nessuna autorità esterna può sostituire la percezione interna di sicurezza o allineamento.

Quando una persona impara a ignorare sistematicamente i propri segnali corporei in nome di un ideale, il sistema nervoso impara che l’ascolto di sé non è affidabile. Questa è una delle forme più sottili di disconnessione.

L’embodiment restituisce dignità all’esperienza soggettiva. Non come capriccio individuale, ma come processo neurobiologico coerente. La sensazione di “non stare bene” in un contesto non è un difetto di adattamento, ma una risposta intelligente dell’organismo. Il corpo non giudica, segnala. E quando questi segnali vengono ascoltati, il sistema nervoso può tornare a uno stato di sicurezza, da cui nasce una presenza più autentica.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il giudizio. L’invalidazione del sentire, sia che arrivi dall'interno che dall’esterno, produce un impatto diretto sul sistema nervoso. Essere definiti esagerati, ingrati o immaturi nel momento in cui si riconosce un limite genera una frattura interna: e la forma-pensiero che si crea ci dice "per appartenere, il corpo deve tacere". Questo conflitto interno è una delle cause principali di quella che viene definita disregolazione cronica.

La legittimazione del sentire, al contrario, ha un effetto profondamente regolante. Quando l’esperienza interna viene riconosciuta come valida, il sistema nervoso esce dalla difesa. Il respiro si amplia, il tono muscolare si distende, la mente recupera chiarezza. Da questo stato nasce un senso di dignità che non dipende dall’approvazione, ma dalla coerenza interna.

Il cambiamento di direzione, l’interruzione di un percorso o l’allontanamento da una persona, o da un contesto non regolante non sono fallimenti evolutivi. Sono atti di intelligenza somatica. Indicano che l’organismo ha riconosciuto la fine di una funzione e sta cercando nuove condizioni di sicurezza e nutrimento. Questo processo non ha nulla di regressivo anzi è profondamente maturo.

Quando si parla di “vecchio” non si intende ciò che è antico, ma ciò che è disallineato. Vecchio è un modello che richiede dissociazione. Trovo ormai vecchio e stantio qualsiasi percorso, relazione, che chieda di adattarsi invece di ascoltarsi. Così come l’idea di spiritualità che separa corpo e coscienza.
La coscienza contemporanea si muove in un’altra direzione: verso l’integrazione, la presenza, la regolazione.

La spiritualità che emerge sempre di più non cerca di andare altrove o di fare pratiche esotiche. Forse è meno spettacolare, ma sicuramente più autentica. Cerca di riportare a riabitare pienamente l’esperienza umana, con i suoi limiti, i suoi segnali e la sua intelligenza biologica. Non chiede di superare il corpo, ma di tornare a casa in esso. Chiedendo di orientarsi dall’interno, di ascoltare, e soprattutto senza forzare.

Ogni esperienza, ogni viaggio, ogni relazione può essere letta come una tappa di questo processo. Quando la funzione è compiuta, il sistema nervoso lo sa.
E a quel punto, la cosa più evolutiva che si possa fare è fermarsi, riconoscere, e tornare a sé.
È in questo ritorno che la coscienza finalmente si incarna.

Buone Riflessioni,
con te,
Federica


"Il tuo corpo, fisicamente sentito, è di fatto parte di un sistema gigantesco di qui e di altri luoghi, di ora e di altri tempi, di voi e di altra gente, di fatto dell'intero Universo."

E. Gendlin, 1996



 
 
 

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